Uno grida incazzato "il vesuvio è un’icona".
D’accordo d’accordo ma, in fondo,
in posa un po’ da santo bizantino.
Sltri vulcani sono seri: bum!,
non sbuffano, non oziano
né stanno lì con quell’atteggiamento
supercilioso, da memento, quasi
avesse un po’ disgusto anche a sputarci addosso.
Come col Padreterno lo guardiamo dal basso,
facciamo gli atterriti (in senso letterale),
coltiviamo amuleti, scongiuri,
ci autolecchiamo il culo
perché il gran re ci coccoli
sentendoci dei suoi.
E’ il rapporto che unisce la vittima al carnefice?
Come per esorcismo si continua a stampare
lodi per il de cuius, si va nel dizionario
etimologico ("vesuvio", favilla,
dal latino "vesevia"…) (e uno sciame di lucciole
cova dentro il suo sssst).
"Vulcano" è il nome
più cercato con google. che vuol dire?
Vuoi vedere che siamo in anticipo
noi sempre un po’ in ritardo? Come mai
milioni di persone in tutto il mondo
cliccano su "vulcano" (e, in percentuale,
il 60% su "vesuvio")? Cosa gli manca? Ancora
non conoscono il fuoco, il crudo e il cotto?
O, un po’ morti di freddo, programmati
alla filiera della produzione di merci a mezzo merci,
vorrebbero cambiare il certo con l’incerto,
assistere al miracolo che muta
la realtà in verità? Ma il cambiavalute
accetta banconote fuori corso
con lo stemma del sogno in filigrana?
Perché si parla tanto dei "vesuvio"?
e perché poi in "vesuvio" manca solo la "a"?
cosa presenta quest’assenza?
Per un napoletano "vesuvio" è femminile:
è la montagna, tellurica mater
(è anche a forma di tette),
la caldera di sangue e calce viva,
il mestruo di cibele. i tammorrari
lanciano voci coniche ed aizzano i cani
che annusano per terra le reliquie di tuono.
Folgore di carbone, rotola la sua ombra
nel belato degli echi bruciati,
nel gelo tintinnante di sonagli
con ricordo di cenere.
Ora io scrivo
ma seguo l’usta di una trance -la mente
ha perso ogni governo delle mani,
penso con i miei piedi che obbediscono al cuore
e ballo come l’orso ammaestrato al tumtum
su lamiere bollenti.
E’ superfluo parlare del Vesuvio.
E’ lui che di noi parla e ha già diviso
l’eredità del fuoco tra i suoi figli:
a te un seme di lava, a te lo zolfo,
lapis niger ai poeti: che scrivano versi
come epitaffi del taciuto;
basalto al musicista perchè lo scalpello
risuoni in nero e argento,
la pomice ai filosofi, ai preti
la pietra dell’inciampo,
al cantore un rimbombo, alla luna
il pozzo della sua bocca murata.
La stella Diana? Restituita ai turchi
e a te, franco, alle tue generazioni
la scheggia di scintilla che hai nascosto
nel comò dello studio. quando apri il cassetto
fuori scoppia l’incendio.
Articolo pubblicato il 5 dicembre 2005
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